Il Disturbo da Deficit di Attenzione e di Iperattività, comunemente definito con l'acronimo ADHD è un disturbo del neurosviluppo che interessa la sfera comportamentale.
Partiamo dall'autocontrollo e dalla consapevolezza di sé attraverso delle attività ludico/didattiche e di osservazione clinica.

L'insegnante “capacitante”: comprendere le emozioni dell’alunno per promuoverne le capacitazioni


La finalità del contributo è proporre una riflessione sul ruolo dell’educatore che nella fattispecie coincide con l’insegnante, alla luce del nuovo approccio psicopedagogico denominato Capability Approach. Nel rispetto delle indicazioni del Capability Approach, promosso dal premio Nobel per l’economia, A. Sen, che trova la miglior traduzione pedagogica in M. Nussbaum, è fondamentale per il benessere sociale che ogni persona, portatrice della propria complessità umana, possa trovare contesti idonei per la promozione delle proprie capacitazioni, che non vanno intese come un’espressione diversa di capacità. È tuttavia importante precisare che il dibattito su molti aspetti del presente approccio è ancora vivo in molte parti del mondo, e si tratta di un processo epistemologico ancora in divenire di cui, però, in Italia non mancano voci autorevoli. Partendo dal concetto di capacitazione, ed entrando più nel dettaglio degli elementi costitutivi definiti funzionamenti, il contributo si propone di tracciare un modello di educatore “capacitante” che si traduce, in questa sede, nell’“insegnante capacitante”. Rispondere a domande che pongono al centro della speculazione le caratteristiche dell’insegnante capacitante non risolve il problema della promozione delle capacitazioni dell’alunno, che di fatto sono il punto di arrivo del processo educativo secondo la prospettiva del capability approach. Anche perché l’insegnante sembra essere particolarmente vincolato al programma e ciò genera un meccanismo perverso che induce – non si intende volontariamente – lo stesso ad assurgere a ruolo di trasmettitore di sapere, con le dovute variazioni nei diversi livelli scolastici. Bisogna dare per assodato che le variabili che entrano nella relazione educativa a scuola sono essenzialmente tre (sarebbero di più, ma restringiamo il campo per convenzione): insegnante; alunno; contesto. Alunno ed insegnante interagiscono. La miglior forma di apprendimento (anche dei propri funzionamenti) è quella per scoperta, proposta da J. Bruner, ma la relazione dev’essere circolare, dove la disparità dei ruoli viene soppiantata dalla scoperta fatta insieme. Il riferimento a P. Freire si pone necessario. Ma l’insegnante può entrare in questa prospettiva educativa circolare se, come afferma D. Lucangeli, non si pone come alleato dell’errore contro l’alunno, ma come alleato dell’alunno contro l’errore. È questo che rende l’educazione capacitante: la capacità dell’insegnante di comprendere empaticamente il complesso mondo emozionale che accompagna l’alunno durante il suo percorso. Poiché ogni percorso prevede difficoltà e successi, accompagnati da rispettive emozioni che non possono essere tralasciate se si vuole promuovere le capacitazioni individuali. Questi discorsi, però, risulterebbero mutilati se non si considerasse il contesto. Quando ci si riferisce al contesto, non si guarda all’ampiezza delle aule, piuttosto che al numero di finestre o di alunni, ma al capitale umano. Il contesto è fatto di persone. Proprio come la scuola. Anche se la LIM non è presente in tutte le aule, non è importante: gli strumenti artificiali sono ausili, gli insegnanti, invece, sono fondamentali. E lo diventano ancor di più nella forma che li vuole metamorfizzare educatori capacitanti. Ecco che il capability approach trova l’epicentro nel punto di incontro di queste tre variabili. Quando ciò accade qualunque alunno di qualunque ordine scolastico promuove se stesso. E forse, anche l’insegnante lo fa.


Gilda Brescia

Le emozioni che proviamo accompagnano ogni nostra eperienza di apprendimento. Ogni volta in cui apprendiamo qualcosa, lo facciamo provando un'emozione, sia questa positiva o negativa e accade che tali memorie si imprimano nella nostra mente con una forte intensità lasciando una traccia. Così, ogni volta in cui riprenderò dalla mia memoria ciò che ho imparato, riprenderò anche l'emozione con cui ho imparato.
Se ho imparato sorridendo ricorderò con serenità quel momento e mi approccerò nuovamente con positività e voglia di fare perché ciò mi fa stare bene.
Se invece ho appreso provando paura ricorderò soprattutto la paura che ho provato.
E cosa accade?
Il nostro cervello mette in atto un meccanismo di protezione, (un "Allert" come lo definisce la neuroscienziata Daniela Lucangeli), che ci ricorda di fare attenzione perché quella cosa può farci male. Quindi scappiamo perché sollecitati dal nostro ricordo negativo.
Studi scientifici dimostrano che tutte le eperienze traumatiche che viviamo, soprattutto durante l'infanzia, alterano l'equilibrio chimico neurobiologico dell'individuo. Ciò accade a causa dell'incapacità di gestire una situazione, di comprenderla e di elaborarla.
Qual è quindi il nostro obiettivo?
L'obiettivo è il benessere di ogni bambino. Perché insegnare qualcosa piangendo quando possiamo farlo sorridendo? Le emozioni sono fondamentali e incidono fortemente sui nostri processi di apprendimento.

Ciò che sentiamo, viviamo, proviamo, viene "custodito" dalla nostra memoria autobiografica che è la memoria di sé e che ci accompagna durante tutto il cammino della nostra vita.


Gilda Brescia



Che cos' è l'intelligenza? Come si manifesta in ognuno di noi?

Crediamo di poter fornire risposta adeguata a questa domanda apparentemente semplice eppure, ad oggi, gli scienziati di tutto il mondo non condividono una definizione unanime. Per alcuni è una, per altri è l'insieme di molte, ma ci pensano i bimbi a mettere ordine nella confusione epistemologica che attraversiamo.
E così tutto è riconducibile nel lasso che intercorre tra l'essere intelligente o molto intelligente.
La sfida che oggi come esperti e studiosi siamo chiamati ad affrontare è quella di aiutare e gestire bimbi dalle straordinarie potenzialità intellettive, agendo sulla sfera emozionale con uno sguardo attento alla socializzazione tra pari, così da prevenire e gestire sentimenti di inadeguatezza.
L'essere "avanti" può configurarsi come un modo per sentirsi "diverso".

Ci si può trovare ad interagire con un piccolo poeta di soli 7 anni, in grado di discernere adeguatamente le proprie emozioni e tramutarle in un testo scritto; oppure a disquisire (quasi) filosoficamente sull' essenza stessa delle cose e del loro significato nel mondo. E i numeri, poi... I numeri trovano ordine in uno schermo immaginario che sembra concretizzarsi virtualmente sul soffitto, dove gli occhi seguono il movimento dei simboli e quasi per magia pervengono ad un risultato.
Sono i Piccoli Geni che noi chiamiamo Plusdotati perché dotati di capacità maggiormente sviluppate se paragonate a quelle dei coetanei. Non dimentichiamo mai però che davanti a noi c'è sempre un bimbo che deve crescere e non un adulto in miniatura.

Siamo "portatori sani" di intelligenza e questa intelligenza si manifesta seguendo sfumature proprie alle quali fa da eco il proprio "sentire", il proprio "universo emotivo".



Cosa sono le emozioni?
Se volessimo esplorare il naturale manifestarsi delle emozioni nell’essere umano dovremmo indubbiamente osservare i bambini in un qualsiasi momento della loro vita, meglio durante un’attività ludica. Il passaggio dai riflessi (cioè da meccanismi spontanei, come la suzione del neonato) alla manifestazione emotiva (cioè all’attribuzione di significato ad un evento) è una vera conquista del bambino e, ontogeneticamente in condizioni di neurosviluppo tipico, è progresso dell’individuo. Proprio come il passaggio dal gattonare al camminare; o dall’emettere vagiti al parlare; allo stesso modo ogni bambino è chiamato al passaggio dell’esplodere emotivamente al gestire il suo sentire.
Forse non ce ne accorgiamo, eppure noi siamo le nostre emozioni.
Non sarebbe sbagliato pensare che se oggi ci siamo evoluti come specie, la ragione vada rintracciata nelle emozioni, sopratutto negative (come la paura) poiché sono state in grado di preservarci dai pericoli.
Sarà forse per questo che l’infanzia è un momento in cui si manifestano paure con maggiore frequenza rispetto ad altre emozioni? Torneremo sull’argomento, ma al momento ci basti sapere che ogni bambino è una tempesta emotiva in continuo movimento che deve imparare a gestire con l’aiuto di figure significative.

Ma proviamo a capire come funzionano le nostre emozioni.
Le emozioni non sono agenti che compaiono dal nulla, ma veri e propri stati psicofisici che si manifestano su base neurobiologica. A tal proposito per comprendere cosa accade bisogna riferirsi ad un complesso sistema cerebrale.
Esistono quattro strutture cerebrali che sono importanti per le emozioni: l’ipotalamo, l’amigdala, la corteccia cerebrale (o almeno una parte di essa) e il cervelletto. Tra queste l’amigdala può essere definita il centro delle emozioni. Infatti questa struttura a forma di mandorla ed anche relativamente piccola è attivata dalle emozioni di base che per definizione sono la paura, il disgusto, la gioia, la rabbia e la tristezza. E non è neanche un caso che l’amigdala sia interessata nella formazione delle memorie, cioè dei ricordi che spesso sono accompagnati anche dal ricordo dell’emozione vissuta in quel momento lontano nel tempo.
Ma quanto è affascinante la capacità di questa piccola “mandorla” che custodiamo nella nostra testa?
Per diverso tempo amigdala è stato sinonimo di paura, data la forte connessione tra struttura ed emozione, tant’è che si è creduto che se non ci fosse l’amigdala la paura non esisterebbe. Questa tesi, però, è stata confutata.
Ciò che invece è davvero interessante nel rapporto amigdala-paura è il costrutto di “paura condizionata”, ovvero la capacità di attribuire una condizione emotiva e riviverla quando si rivive il ricordo che ad essa era associata.
Dunque, cosa voglio dire? Ognuno di noi ricorda un episodio e lo accompagna ad un’emozione. Noi sappiamo che più è traumatico il ricordo e maggiore sarà l’impatto emotivo. Se un bimbo a scuola commette un errore e viene rimproverato dall’insegnante, la volta successiva avrà timore di sbagliare e ricorderà tanto il ricordo dell’errore quanto l’emozione correlata. È proprio questo il processo che passa per l’amigdala.

Come si può intervenire su bambini con difficoltà della regolazione emotiva?
Il discorso è complesso in quanto, come si può comprendere da ciò che abbiamo detto finora, sono tante le variabili in gioco. Ma vale la pena tentare un approccio all’argomento.
Dobbiamo essere consapevoli che il bambino che abbiamo davanti è un “portatore sano di emozioni”, e che tali emozioni rappresentano di fatto il bambino stesso, proprio come accade per l’adulto. Qual è la cosa più importante da fare? La cosa più importante è ascoltare le sue parole, nelle quali si possono rintracciare elementi importanti per intervenire e aiutarlo a riconoscere e a regolare ciò che sente, affinché la mancata gestione possa non tradursi in comportamento problema. Da quanto mi è stato possibile osservare in bambini molto piccoli, questi episodi possono essere solo un falso ricordo che però, essendo vissuto come reale, crea un’emozione vera, autentica.
Dunque non esiste, di fatto, una “ricetta” valida per ogni bambino. Così come per l’apprendimento, anche per le emozioni ognuno ha il suo modo di viverle e provarle. In questa attività proviamo a comprendere l'approccio al riconoscimento delle emozioni con tre bambini di età differente. Lo strumento di lavoro scelto è un puzzle che permette di connettere una espressione mimico facciale che è il dato visibile dell'emozione, ad una situazione scatenante. L'apparentemente semplice attività di connettere due tessere scelte fra molte, presuppone anzitutto un riferimento al pensiero critico del bambino, che valutando tra diverse opzioni sceglie la più adeguata. Il riconoscimento dell'emozione passa attraverso l' apprendimento della stessa e, come tutti gli approfondimenti, anche questo è rinforzato sia dalla figura di riferimento che dall'attività scelta.


Che cos’è l’attenzione condivisa?
Innanzitutto è necessario precisare che ci riferiamo alla macrosfera delle abilità cognitive e quindi ad un complesso sistema di funzioni psichiche superiori interconnesse costantemente in assenza di patologie neurodegenerative, congenite o sopraggiunte nelle diverse aree cerebrali, che organizzano in modo armonico le nostre abilità.
Si può rispondere semplificando per i non esperti che l’attenzione condivisa è la capacità di ognuno di noi di ricevere e rispondere a più stimoli esterni nello stesso tempo e con una discreta qualità nelle risposte. È una capacità molto importante perché ci permette di affrontare la nostra quotidianità nella quale siamo chiamati a rispondere a più compiti nello stesso arco temporale. Per gli evoluzionisti si potrebbe definire (e sicuramente lo è) un retaggio della capacità che i nostri antenati hanno dovuto sviluppare in un tempo impervio per rimanere vivi: ascoltare, vedere, parlare e camminare nello stesso tempo.
Sappiamo che il nostro cervello non può elaborare l’infinita quantità di informazioni che riceve, poiché ciò implicherebbe un’attenzione spalmata su più stimoli, e quindi si configurerebbe naturalmente come disattenzione; tuttavia sappiamo che attraverso un “allenamento cognitivo costante” la nostra attenzione condivisa può nettamente migliorare.

Qual è un esempio di attenzione condivisa?
In ambito scolastico un bambino che segue una lezione deve guardare la lavagna mentre deve ascoltare ciò che la maestra dice, e rimanere seduto o scrivere. I meccanismi cognitivi che si attivano sono molteplici; le aree cerebrali che si “accendono” sono ancor di più; impossibile, invece, considerare il numero di connessioni sinaptiche e di impulsi che si trasmettono in ogni singola cellula cerebrale. Eppure, in apparente semplicità, si vede un bambino seduto che ascolta una lezione.
Per questo è importante stimolare i nostri bambini. Se non si è stati stimolati a sufficienza in età evolutiva, quando è più facile intervenire grazie alla plasticità cerebrale che ci permette di lavorare sul cervello e le sue connessioni, si corre il rischio di inaridire alcune funzioni, o, meglio, abilità che in età adulta hanno ricadute, ad esempio, nel contesto lavorativo. Come ho precisato, queste abilità possono essere rafforzate attraverso l’allenamento.

Cosa intendiamo quando parliamo di plasticità cerebrale?
Ci riferiamo al sistema nervoso e alla sua capacità di modificare le strutture interne e quindi il funzionamento stesso dell’individuo. Avviene dunque una sorta di “rinascita” dei neuroni al livello funzionale per formare nuove connessioni sinaptiche. Quindi questa straordinaria capacità che ha il nostro sistema nervoso permette al cervello di “ri-educarsi”.

Quindi la plasticità è definibile come la capacità del cervello di modificare le sue funzioni fisiche, biologiche e chimiche a tutela di un regolare funzionamento globale.

Con Manuel lavoriamo sull’attenzione divisa e sulla cosiddetta propriocezione, attraverso una attività ludico/didattica che ci permette di comprendere quali sono le sue risposte, attraverso una esperienza di apprendimento utile al miglioramento della plasticità cerebrale. Questo genere di apprendimento aumenta l’attività della corteccia prefrontale (PCF) e alla fine dell’attività premieremo Manuel per l’impegno dimostrato attraverso un rinforzo positivo che funga da incentivo per le attività successive di allenamento cognitivo personalizzato.